coram populo

 

Il nome è qualcosa di importante quando, per suo mezzo, si vuole, in qualche modo, esplicitare il proprio operare. Coram populo vuol dire “alla presenza del popolo”, vuol dire, quindi, non nascondere, non celare niente, portare tutto alla luce del sole, portare tutto alla presenza del popolo perché il popolo ne abbia conoscenza. Non v’è dubbio che un nome siffatto comporti, poi, un impegno morale da parte di chi se ne appropria e noi abbiamo deciso di onorare quest’impegno portando “alla presenza del popolo” il risultato del nostro lavoro. La domanda che ci siamo, inizialmente, posti è stata: Cosa possiamo, noi, portare, coram populo? Dopo breve riflessione, ci ha allettati l’idea di poter portare “alla presenza del popolo” quello che il popolo tende, a volte, a dimenticare. E fra le cose che il popolo tende a dimenticare ci sono, frequentemente, quelle che, per noi, hanno importanza primaria: le nostre radici culturali. Può sembrare strano che un popolo si dia da fare per cancellare le proprie radici, ma quando si osserva che, troppo spesso, si è portati solo a scimmiottare culture altrui, si comprende che questo tanto strano non è. E allora la decisione è presa: quello che non deve essere dimenticato perché riteniamo che senza quella memoria, molta della nostra cultura andrebbe, inesorabilmente, perduta forse per sempre, sarà materia del nostro operare. E faremo questo senza ascoltare i richiami invitanti e allettanti  dei rituali che oggi fanno risorgere qualcosa per poi domani riseppellirlo; faremo questo restando sordi ai richiami delle mode del momento che tutto vorrebbero ridurre ad una offerta per il consumo; faremo questo parlando, a volte, un linguaggio forse più difficile ma certamente più duraturo e alla lunga più interessante, ma faremo questo, anche, senza rinchiuderci in ghetti difensivi e restando, comunque, dentro il mondo nel quale viviamo cercando di dare una impronta personale al materiale che, via via, si presenta alla nostra attenzione. La materia prima da cui siamo partiti è la lingua popolare che non è seconda a nessuna per poter esprimere sentimenti, emozioni, e molto si presta ad un suo utilizzo nell’ambito della musica.

Ed eccoci allora, coram populo, a presentare, quali nostre radici, quei brani tante volte ascoltati sulle onde di Radio Uno Rai, nel programma Demo di Michael Pergolani e Renato Marengo, come “’Sa strata mi la fazzu a passu a passu” e “Del mare e del richiamo”, il primo ad emblema di una  difficoltà insita nel lavoro stesso che si vuole affrontare, ma anche di una caparbietà che ci contraddistingue, il secondo che se pur non scritto in lingua popolare è, comunque, presentato a simbolo di un nostro modo di fare musica che è quello di voler unire, fare sintesi di multietnie musicali, presenti e passate, con sonorità che spaziano dai flauti di Pan andini, al mediterraneo oboe, dall’armeno duduk alla moderna chitarra elettrica distorta, dalla chitarra classica al pianoforte, ai ritmi tribali dei tamburi degli Indiani d’America, il tutto condito da vocalizzi che paiono essere parole incomprensibili di una lingua persa. Eccoci qui a cantare la nostra “Sirinata d’amuri”o alcune delle memorie storiche della nostra etnia culturale come “Tu giuvineddra di pochi paroli” e “Lu nigghie”; la melodia struggente di “’Na palummeddra russa” o l’enigmatica “Ti chiami luna” forse cantata per una donna, forse per la nostra terra.

Ma oltre che portare, coram populo, le nostre radici abbiamo pensato che sarebbe stato bello farlo unitamente a quanto di più alto i nostri grandi cantautori hanno prodotto nella loro vita artistica, per costruire un ponte che dalle radici porti al fiore, dal passato porti al presente, al nostro futuro.

Eccoci allora, coram populo, a sfogliare alcuni dei fiori della musica italiana, “Khorakhanè”, “Bocca di rosa”, “La città vecchia” di Fabrizio de Andrè e “La pulce d’acqua” di Angelo Branduardi in rappresentanza di una cultura che procede a grandi falcate. Nei nostri concerti il cerchio si allarga per includere nel repertorio anche altri brani ed autori, ma in questa prima raccolta non potevamo rendere testimonianza di tutto.

Ecco allora, coram populo, questo “Dalla radice al fiore”.

Ecco Vito Barone dare corpo alla nostra voglia di multietnicità sonora con le sue ciaramelle, i suoi flauti, l’oboe, il Duduk, la chitarra barocca, il bouzouki, la chitarra classica

 

  

insieme a Pasquale Micieli che passa dal mandolino alla mandola, dalla chitarra acustica a quella elettrica.

 

Ecco Gianni Cariati destreggiarsi fra la chitarra classica e l’elettrica,

  

Massimo Micieli dietro le sue tastiere,

 ,

 

 

 

 

 

 

 

Cristian Cariati con le sue percussioni,

  

Tonino Chiodo al basso

 

e Pino Cariati alla voce.

  

 

Eccoci, coram populo, a viaggiare su questo ponte di congiunzione tra le nostre radici profonde e la grande canzone d’autore.